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Nel tempo della globalizzazione e delle interdipendenze, tuttavia, l’Università non può più interpretare il suo ruolo culturale e la sua funzione sociale in modo auto-referenziale, chiusa in sé stessa, magari in una eburnea torre scintillante del tutto de-contestualizzata. L’Università deve al contrario presentarsi, con indipendenza e autorevolezza, al rapporto e al confronto con i cittadini, con le altre istituzioni, con la società nella sua globalità, declinando il suo ruolo di servizio in modo strategico e con spirito propositivo e propulsivo. In questo mio intervento dunque cercherò di presentare una nuova mission dell’Università, che consiste nella valorizzazione economica dei saperi, alla luce delle trasformazioni culturali e dei cambiamenti normativi che hanno caratterizzato i rapporti tra sistema universitario e sistema socio-economico. Mi soffermerò, in particolare, sul fenomeno emergente degli “spin-off universitari” e sul ruolo delle Fondazioni universitarie, per delineare infine le condizioni e le prospettive per individuare nel sistema universitario una risorsa vincente per lo sviluppo del territorio. Una nuova mission dell’Università Nella società della conoscenza - nella quale conoscenza è sinonimo di vantaggio competitivo per le istituzioni, per le comunità locali, per le imprese, ma anche per le persone - si sta affermando una nuova concezione sociale della formazione e della ricerca che, sempre più inserite nel quadro generale delle politiche dello sviluppo, devono integrarsi con categorie e prospettive economiche, industriali, e sociali. Da questo nuovo modo di interpretare le sue mission storiche, è derivata una nuova mission emergente dell’Università, che consiste nella valorizzazione economica dei nuovi saperi e nella loro trasformazione in risorsa strategica per il territorio. In tale prospettiva, l’Università deve sviluppare una nuova capacità di comunicare alla società, proprio a partire dal contesto territoriale in cui è inserita. E’, infatti, dimostrato che, quanto più è solido e forte il flusso di interscambio tra i ricercatori e il proprio territorio, tanto più cresce la capacità innovativa di quell’Università, che sa porsi a sistema nella rete globale delle relazioni tra strutture di ricerca e strutture territoriali. Ai tradizionali settori di interazione Università-territorio quali la diffusione della cultura scientifica, il dialogo tra ricercatori e cittadini, la promozione del lavoro intellettuale, oggi si aggiungono ulteriori potenzialità di interazione quali il trasferimento tecnologico, il partenariato con le imprese e l’incubazione di nuove imprese, la nascita e l’insediamento nel territorio di società per azioni o a responsabilità limitata, nelle quali l’Università stessa può partecipare in qualità di socio. In tal senso, si va sempre più delineando un trasferimento di conoscenze non più solo di tipo accademico, ma anche di tipo operativo in grado di diventare motore efficace dell’innovazione del mondo produttivo. Il trasferimento di conoscenze trova attuazione nella collaborazione con imprese industriali, nella partecipazione a programmi di formazione continua per l’aggiornamento delle conoscenze professionali, nella realizzazione e nello sfruttamento di brevetti di opere d’ingegno e nella creazione di nuove imprese che portino sul mercato prodotti e servizi innovativi. I cambiamenti normativi Per poter dare un quadro delle variazioni avvenute e capire di quale portata sia la trasformazione in atto è utile dare un breve cenno al quadro legislativo che ha permesso questi mutamenti modificando ed ampliando la possibilità dell’Università di partecipare ad organismi privatistici e dando la possibilità a docenti/ricercatori di partecipare a società anche in partenariato con l’Università stessa. Il primo intervento significativo in materia di partecipazioni delle Università ad organismi privatistici è contenuto nell’art.13 della legge n. 705 del 9 dicembre 1985. Tale articolo prevede “la partecipazione dell’Università a consorzi o società di capitale per la progettazione e l’esecuzione di programmi di ricerca finalizzati allo sviluppo scientifico e tecnologico” a condizione, tra l’altro, che “la loro partecipazione sia rappresentata da esclusivo apporto di opera scientifica…”e che “ogni eventuale emolumento corrisposto ai professori universitari o ai ricercatori che facciano parte degli organi sociali sia versato alle Università di appartenenza…”. La preoccupazione del legislatore era quella di scongiurare la possibilità di snaturamento del ruolo dell’Università nella partecipazione ad iniziative di tipo economico e comunque quella di salvaguardare le sue funzioni tradizionali (ricerca, formazione) da contaminazioni esterne. Questo quadro viene modificato radicalmente dal Decreto Ministeriale n. 593 dell’8 agosto 2000 ("Modalità procedurali per la concessione delle agevolazioni previste dal decreto legislativo n.297/99"), che realizza un contesto più favorevole agli investimenti in ricerca da parte di soggetti industriali. Questi cambiamenti normativi hanno avuto implicazioni di grande impatto nel mondo Universitario. Hanno, infatti, introdotto una deroga importante allo stato giuridico del personale universitario, che ora può diventare soggetto attivo nella creazione di nuova impresa, configurando la possibilità di soluzioni di partnership tra il personale dell’Università, l’Università, altri Enti di Ricerca e soggetti terzi, nella partecipazione e conduzione di imprese. Sono nati, così, gli "spin-off accademici", società eventualmente partecipate dall'Università, che prendono avvio da risultati della ricerca svolta in sede Universitaria. I soggetti fondatori delle società, possono essere: docenti, ricercatori universitari, dipendenti dell’Università appartenenti al personale tecnico-amministrativo, titolari di assegni di ricerca e di borse di studio, studenti dei corsi di studio, laureandi, allievi dei corsi di specializzazione e di dottorato. Le Università, nell’ambito dei poteri derivanti dalla loro autonomia, sono chiamate ad adottare regolamenti che disciplinano la procedura autorizzativa per il dipendente, le questioni relative ai diritti di proprietà intellettuale e che definiscano le limitazioni atte a prevenire i conflitti di interesse con le società costituite o da costituire. Questa possibilità offerta ai ricercatori Universitari e degli enti di ricerca è stato l’elemento primario di liberazione di forze interne all’Università, che prima trovavano un ostacolo quasi insormontabile nello stato giuridico dei dipendenti pubblici regolato ancora dal D.P.R.10 gennaio 1957 n. 3 (testo unico delle disposizioni sullo statuto degli impiegati civili dello Stato) che all'articolo 60 diceva che “l'impiegato non può esercitare il commercio, l'industria né alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fini di lucro.” Il docente/ricercatore che sceglieva di collaborare ad una attività di tipo industriale, doveva pagare una serie di penalizzazioni per quel che riguardava il proseguimento della propria carriera universitaria ed era comunque costretto a rinunciare al regime di tempo pieno. Il fenomeno spin-off Sebbene non esista, al momento, una definizione ufficiale ed univocamente accettata, gli spin-off accademici rappresentano, sostanzialmente, nuove imprese che hanno alla base attività di ricerca universitaria rispetto alle quali l’Università rende disponibili una serie di servizi per facilitarne l’avvio e il primo sviluppo. L’utilizzazione da parte dell’azienda di diritti di proprietà intellettuale dell’Università «non è una condizione necessaria ai fini della sua identificazione come spin-off», mentre nella generalità dei casi il fatto che l’Università detenga una quota del capitale sociale aziendale «è una condizione sufficiente affinché si possa parlare di impresa spin-off della ricerca pubblica». Sebbene il processo di creazione delle imprese spin-off in Italia rappresenti un fenomeno piuttosto recente, la sua dimensione complessiva, con 454 imprese spin-off , già supera quella della Gran Bretagna, ferma a 435. L’80% di queste imprese sono state costituite nel corso degli ultimi 6 anni e il tasso di sopravvivenza risulta particolarmente elevato (97%). Il fenomeno delle imprese spin-off è concentrato e consolidato soprattutto nell’Italia Settentrionale (62.11%), seguita dal Centro (24.01%) e dall’Italia Meridionale (13.88%). E’ il Politecnico di Torino l’Università italiana ad aver attivato più imprese spin-off (46), mentre tra gli Enti Pubblici di Ricerca, il CNR ne ha attivate 17. La media di imprese spin-off per Università (o Ente Pubblico di Ricerca) è di circa 9, mentre il valore mediano è di 5. Solo tredici Atenei (o Enti Pubblici di Ricerca) hanno attivato più di 10 imprese spin-off. Rispetto a questo fenomeno anche l’Università dell’Aquila ha fatto la sua parte ponendosi, con dieci spin-off attivati, all’avanguardia del sistema universitario del Centro-Sud. Si tratta di imprese che si occupano – sviluppando strumenti, sistemi o servizi – di: risonanza magnetica nucleare, monitoraggio della qualità dell’aria-ambiente, telecomunicazioni, informatica, elettronica, meteorologia, meccanica, energetica, micro e nanotecnologie In tal senso, l’analisi relativa ai settori di attività degli sin-off sviluppate nel nostro Paese, evidenzia una percentuale consistente di imprese spin-off impegnate nell’Informatica e Multimediale (29%), nell’Energia e Ambiente (13.1%) e nei Servizi per l’Innovazione (8.4%). Per quanto riguarda la valutazione del fatturato, l’analisi di un campione di 29 imprese evidenzia un fatturato medio pari ad oltre 480.000 Euro annuali. Per quanto riguarda le dimensioni in termini di addetti, nel 2006 le 31 imprese del campione studiato, hanno impiegato in media 8.8 addetti. E’ il settore della Microelettronica a presentare le dimensioni medie maggiori (36.5 addetti), seguito dalle Nanotecnologie (20 addetti) e dall’Informatica e Multimediale (10 addetti). Questi dati evidenziano un progressivo aumento dimensionale rispetto al 2005, nel corso del quale il numero medio di addetti era pari a 7.7 unità. Sebbene l’incremento risulti di entità contenuta (+13%), il segno positivo dell’incremento testimonia tuttavia un processo di consolidamento in atto di tali imprese. Le condizioni per un maggiore sviluppo del fenomeno spin-off Il problema principale del fenomeno legato alla nascita e allo sviluppo di imprese spin-off sembra essere connesso0 alla generale scarsità di capitale di rischio. All’interno del capitale sociale di queste società, infatti, mancano operatori istituzionali specializzati nel finanziamento di imprese nuove, ad alto potenziale di crescita ma anche ad elevato rischio di fallimento. Secondo gli analisti economici, infatti, in Italia è particolarmente carente proprio il venture capital. L’apporto di capitale di rischio da parte degli investitori per finanziare l’avvio di un’attività in settori ad elevato potenziale di sviluppo, ha riguardato nel 2005 solo 56 operazioni per un ammontare complessivo di trenta milioni di euro. Ciò corrisponde a poco più dell’1% del già limitato private equity nazionale, che fornisce risorse finanziarie ad imprese già mature e che rappresenta una quota minima, soprattutto se confrontata al 5% europeo e all’8% mondiale. Tale situazione è da interpretare alla luce delle evidenze presenti nella letteratura internazionale che sembrano dimostrare come la disponibilità di elevate risorse finanziarie apportate da venture capitalist al momento della costituzione dell’azienda sia in grado di determinare maggiori tassi di crescita. Similmente, sembra comportare maggiori tassi di crescita degli spin-off, l’esperienza maturata da parte dei soci fondatori in ambito più direttamente commerciale. Ciò rappresenta spesso un problema nel caso dei spin-off accademici, nei quali i promotori presentano in genere esperienze pregresse di carattere prettamente tecnico. Sono, inoltre, in grado di comportare una maggiore crescita dell’azienda sia l’orientamento internazionale dell’attività imprenditoriale, sia strategie di mercato particolarmente focalizzate o di nicchia. Non sembra, invece, influenzare significativamente la crescita dell’azienda la disponibilità al momento della costituzione dell’azienda di un prototipo o di un prodotto/tecnologia quasi pronto per il mercato. Un ulteriore problema, di natura più strategica, sembra derivare dal fatto che le iniziative di spin-off nel nostro paese, come d’altra parte avviene anche a livello internazionale, riguardano in particolare i settori dell’ICT e del multimediale che afferiscono per lo più ai servizi. In tal senso sarebbe necessario un salto di qualità che riguardi settori come le biotecnologie e le nanotecnologie a più alto livello di innovatività. Su questi campi, tuttavia, si registrano ancora difficoltà e resistenze sia in relazione alla distanza che ancora separa il mondo dell’Università da quello dell’impresa, sia ad una minore propensione da parte degli universitari che si occupano delle scienze della vita a tentare «l’avventura industriale» Ricerca, innovazione e sviluppo economico E’ stato osservato come tra l’andamento della ricerca (numero di articoli scientifici) e l’andamento dei brevetti vi sia tra Europa e Stati Uniti un comportamento divergente e cioè in Europa sono in crescita gli indicatori che misurano l’output della ricerca (numero di articoli, impact factor, ecc..) mentre negli Stati Uniti è in crescita il numero di brevetti che è l’indicatore principale per valutare il trasferimento tecnologico. Ciò vuol dire che in Europa e, in modo ancora più stridente in Italia, l’aumento nella produzione di conoscenza non si straduce in un maggior utilizzo della conoscenza stessa. Contemporaneamente, si è assistito ad un fiorire di istituzioni di varia natura a livello europeo (come il Technological Tranfer Networks - TTN), nazionale e regionale (agenzie regionali o nazionali di trasferimento tecnologico, parchi scientifici tecnologici, stazioni sperimentali ecc… ). Compito di queste istituzioni è di organizzare dall’alto l’interazione fra impresa e ricerca pubblica, favorire la diffusione della conoscenza del patrimonio di know-how tecnologico disponibile nel territorio, indirizzare la ricerca pubblica verso obbiettivi industriali, far collaborare fra loro le imprese e le università. Nella sostanza si cerca di ottenere con una pianificazione dall’alto, e con strutture appositamente costituite, quei trasferimenti tecnologici che il sistema non ha prodotto spontaneamente. In Italia, a livello centrale, e in alcune regioni a livello periferico (Emilia Romagna e Lombardia per citare gli esempi più emblematici) sono nate una pluralità di iniziative di creazione di interfacce dell’innovazione. Poco è stato fatto con la dovuta continuità per fare in modo che all’interno del mercato, del sistema industriale e di quello finanziario si sviluppino le condizioni - e i finanziamenti necessari - per il trasferimento tecnologico. In Italia occorrerebbe in primo luogo rimuovere quelle situazioni che scoraggiano investimenti nella ricerca di frontiera e negli spin-off di alta tecnologia, in particolare: I diritti di proprietà intellettuali non sono protetti sufficientemente; Le leggi fiscali, non creano sufficienti incentivi per gli investimenti in ricerca e sviluppo; Il capitale di rischio, come già detto, è quasi impossibile da ottenere. Le politiche necessarie per promuovere meccanismi di trasferimento sono state già individuate e richiedono: una legislazione sui diritti di proprietà intellettuale nei brevetti che protegga l’attività inventiva di tutti i ricercatori, privati e pubblici, e consenta loro di fruire adeguati ritorni economici; incentivazioni economiche per l’attività di brevettazione altrimenti possibile solo nelle imprese medio grandi ma inaccessibile alle piccole imprese, alle Università e ai ricercatori universitari; l’ampliamento della base di deducibilità delle erogazioni delle imprese a favore della ricerca pubblica; la concessione di crediti di imposta a fronte delle spese sostenute dalle aziende per attività di ricerca; leggi di incentivazione che favoriscano gli investimenti in iniziative di ricerca o ad alto rischio tecnologico effettuate dal sistema finanziario; leggi sugli intermediari finanziari che facilitino la creazione di società di venture capital orientate alle imprese hi-tech; la creazione di una Borsa azionaria dedicata a imprese hi-tech. Il finanziamento diretto delle imprese, erogato a livello nazionale, sembra essere meno efficace in quanto non risulta mai accompagnato da una seria attività di controllo che è l’unica che garantisce che le iniziative finanziata si traducano effettivamente in attività di ricerca e trasferimento tecnologico. Diverso è il discorso dell’intervento a livello regionale, in questo caso l’attività di controllo e pianificazione sarebbe possibile e potrebbe essere efficace. E’ di esempio per tutti il modello dell’Emilia Romagna in cui gli interventi regionali sono riusciti ad aggregare le imprese a livello locale sia tramite centri di servizi alle imprese che tramite il potenziamento dei distretti produttivi utilizzando la legge 317/1991 e da ultimo tramite i sistemi territoriali locali in cui accanto alle imprese si inseriscono i centri di ricerca pubblici e le Università. La valorizzazione economica della ricerca scientifica: il ruolo delle Fondazioni Il problema fondamentale, dunque, per il sistema universitario nazionale riguarda sostanzialmente l’acquisizione di risorse soprattutto finanziarie, ma anche umane e organizzative, alla scala necessaria per conseguire le indispensabili masse critiche. In tale prospettiva, possono svolgere un ruolo importante le Fondazioni universitarie, che possono rappresentare strumenti essenziali per il reperimento di nuove risorse finanziarie e per l’utilizzazione dei risultati della ricerca scientifica. Le Fondazioni Universitarie rappresentano ormai una realtà consolidata. Previste dalla Legge Finanziaria 2001 e dal DPR 254/2001, sono state promosse sinora da molti Atenei con le finalità di acquisire risorse finanziarie per il sistema universitario, di favorire la ricerca applicata e la formazione, di diffondere una cultura per lo sviluppo economico, anche attraverso iniziative congiunte tra università, aziende, istituti bancari, centri di ricerca ed enti pubblici. Le Fondazioni già costitute sono 12 (Fondazione Politecnico di Milano; Fondazione Marco Biagi – Modena; Fondazione Università IULM – Milano; Fondazione Università degli Studi di Salerno; Fondazione Università G. D’Annunzio; Fondazione Università Teramo; Fondazione dell’Università degli Studi dell’Aquila; Fondazione Politecnica delle Marche; Fondazione N. Copernico – Ferrara; Fondazione Universitaria Azienda Agraria – Perugia; Fondazione Università Mediterranea –Reggio Calabria; Fondazione Università IUAV - Venezia). Mentre altre quattro sono in via di costituzione (Fondazione Università di Padova; Fondazione Università della Basilicata; Fondazione Università di Palermo; Fondazione Università di Pavia). In questa sede mi limiterò a ricordare tra le attività esercitabili dalle Fondazioni previste dall’art. 2 comma 2 quelle più importanti ai fini del rapporto tra Università e sviluppo del Territorio: L’esigenza di garantire una maggiore incisività e un migliore coordinamento a livello nazionale alle Fondazioni esistenti, è stata recentemente riconosciuta attraverso la recente costituzione di un’Associazione, che sono stato chiamato a presiedere, che dovrà svolgere una funzione determinante nell’ulteriore crescita, anche numerica, delle Fondazioni stesse, nella condivisione delle loro esperienze e nella promozione di iniziative connesse allo sviluppo della società della conoscenza. L’Associazione ha sede presso la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI), proponendosi come ulteriore punto di riferimento istituzionale per lo sviluppo di tutto il sistema universitario nazionale. La rottura di vecchi schematismi nel rapporto tra Università e Industria Il fenomeno “spin-off”, con la presenza di società al confine fra Università ed industria, pur nella attuale limitatezza numerica, ha rappresentato un fattore di rottura di vecchi schematismi presenti sia all’interno del sistema universitario sia di quello produttivo. In ambito industriale, infatti, per anni è stata sottovalutata l’esigenza del continuo aggiornamento delle conoscenze come elemento di competitività delle imprese, con la conseguente necessità di un rapporto costitutivo con Università e centri di ricerca. L’industria ha, invece, privilegiato la collaborazioni con singoli ricercatori per consulenze o l’utilizzazione di laboratori per prove specifiche nella forma di prestazione in conto terzi. In modo speculare l’Università è stata sin qui permeata da una cultura che vedeva il ricercatore come parte di una comunità scientifica, i cui criteri metodologici, la valutazione del merito, i valori epistemologici, morali e sociali avevano valenza universale e non interagivano con la natura dei problemi espressi dal territorio e dal tessuto economico. Allo stesso modo alla ricerca scientifica non veniva attribuita alcuna accezione di tipo utilitaristico. Questo modello, che è stato validissimo per molti aspetti ed ha prodotto ricerca anche di elevatissima qualità, è stato però deficitario in un punto cruciale: non è riuscito ad interagire in modo significativo con il sistema industriale, ha vissuto in modo parallelo ad esso e quindi non ha prodotto innovazione tecnologica. La presenza di società di spin off universitario, alcune delle quali insediati nel territorio e nelle zone industriali, il loro muoversi contemporaneamente nel mondo universitario e in quello dell’impresa tendono a scardinare questa separazione e tendono a porre in modo diverso e di maggior efficacia il rapporto impresa-università. Ciò a maggior ragione in un momento storico in cui il progresso della società è basato sul binomio conoscenza-innovazione e, conseguentemente, viene attribuito un valore economico alla conoscenza e in generale a tutto ciò che costituisce un “bene immateriale”. La specificità del ruolo dell’Università In questa situazione, in cui una galassia di istituzioni ed imprese ad alto contenuto tecnologico generano conoscenza in un processo diffuso che investe una pluralità di attori di natura diversa, spetta tuttavia all’Università esprimere una capacità di governo della conoscenza in tutti i suoi aspetti. Questo ruolo insostituibile è il frutto di un’evoluzione storica che ha portato all’affermazione di un modello “humboldtiano” di Università che – secondo la definizione del grande filologo tedesco - ha la caratteristica fondamentale di «trattare la scienza come un problema non ancora interamente risolto…che non lo sarà mai e che, come tale, è oggetto di una ininterrotta ricerca». E’ questa caratteristica, di una ricerca mai completamente risolta, che differenzia l’Università dalle istituzioni esclusivamente formative, che hanno a che fare nell’insegnamento con nozioni definite e concluse. E’ ancora questa caratteristica che differenza la ricerca universitaria da quella condotta nelle industrie, che nei prodotti commerciabil” concludono ed esauriscono il proprio imperativo istituzionale. In tal senso, il fenomeno legato all’attivazione di imprese derivate da spin-off accademici, nel suo articolarsi ancora in fase iniziale ma già sufficientemente radicato, dimostra la vitalità sorprendente del mondo universitario ed una indicazione sulla necessità di investire su strumenti innovativi di azione che colleghino più direttamente il sistema universitario con il tessuto economico territoriale. Ma perché tale fenomeno possa crescere e svilupparsi in un contesto più ampio è necessaria una sempre maggiore diffusione, sia all’interno sia all’esterno del sistema universitario, della consapevolezza di una nuova mission accademica, che l’Università deve sapere interpretare nell’interesse del territorio in cui è inserita, non sostituendosi ad alcuno, ma apportando la forza delle proprie conoscenze, la cultura dei suoi docenti, il lavoro dei suoi ricercatori, l’energia e l’entusiasmo dei suoi studenti.  “Consistenza ed Evoluzione delle Imprese Spin-Off della Ricerca Pubblica in Italia”. Rapporto di Ricerca del Laboratorio IN-SAT della Scuola Superiore Sant’Anna per Finlombarda SpA, a cura di Andrea Piccaluga e Chiara Balderi.  HYPERLINK "http://www.insat.sssup.it/new/documenti/RicercaSpinOffAccdemici.pdf" http://www.insat.sssup.it/new/documenti/RicercaSpinOffAccdemici.pdf  Cfr. Paolo Bricco, “L’Università non crea impresa? Storie. Guardate gli spin off””. Corriereconomia del 23 ottobre 2006,  Cfr. “Consistenza ed Evoluzione delle Imprese Spin-Off della Ricerca Pubblica in Italia”. Op.cit.  Ibidem  Cfr. “L’Università non crea impresa? Storie. Guardate gli spin off”. Op. cit.  W.Von Humboldt. Stato, società, storia, a cura di N. Merker, Roma Editori Riuniti, 1974 pp 171, 173     PAGE  PAGE 2 !"kl}~¢£«¬Ýàó@ A B F S T U „ Þ ô     * + 6 ~ € ¬ Ã Ä ý   ï % ) 0 7 8 ƒ¢2457VWXöîöîöîöîöîöîöáöÙÒËÄÀ¼À¸¼¸¼¸¼À¼À¸À¸¼ÒÀÒÀÒÀ¸À°À¸¬¸À¨¡šË�hÄ<Ûh7@5�>* h$µ5�>* h¥ú5�>*h$µh¯}h¥úh7@6�h¥úh€kh7@ hvE5�>* h7@5�>* hÄ<ÛhvEhÄ<ÛhvE6�h™1Sh™1S5�6�\�]�h™1Sh™1S5�h™1Sh™1S5�\�6"Blm~£¬­®ÂÞßàóA B C D E F T U Ä × ÷÷÷÷÷÷÷÷÷÷÷÷÷÷÷òððððæÛÑÑ $¤Pa$gd¥ú „h¤P^„hgd¥ú & F¤Pgd¥ú$a$$a$gd™1S%jImnmýýý× ï 345WXúó¼ºøùú¨A\�X ˜#'''õõõõëàõõÙõõõõëõõÏõõõõõõõ $¤Pa$gdä;ȤPgd¥ú „h¤P^„hgd¥ú & F¤Pgd¥ú $¤Pa$gd¥úXY^v Y&-MT’òó[d¼ÿ&+OSÓØóøºÈËä "#'-?K_wŠŒlrŸ Ûöøùú6úñäñØñÎñÎñĽñÎñ½ñÄñÄñÄñÄñÄñ¹²¹²®²®²®²ª²ª²ª²®²¹²ª²¤úŸšŸ‘²hÄ<Ûh$µPJ h}Ý5� h$µ5� hÊs~PJhä;Èh¯} hÄ<ÛhÄ<Ûh$µ hÄ<ÛhvEhÄ<ÛhvEPJ\�hÄ<ÛhvE6�PJhÄ<ÛhvEPJ\�]�hÄ<ÛhvE6�PJ\�]�hÄ<ÛhvEPJ h$µPJ86<ABL)7;<��˜=@BcgZ\ˆŒ)12Œ�ª°¶îõü OPUYg—˜X c g h j n v ‚ ‹ Q$p$''''''''ùõîõîõîêîêõîêõîõîæîâîêîêîÞÚîÚîêîêîêîâêîêîêÚêÚîÒîÚîÚîÎêÇ»®¤›hÄ<ÛhÊs~PJhä;È5�6�>*PJhÄ<Ûhä;È5�6�>*PJhÄ<Ûhä;È5�>*PJ hÄ<Ûhä;ÈhÄ<ÛhÄ<ÛhÄ<Û6�h}ÝhË ¤h¯}hÆQhä;È hÄ<ÛhÄ<Ûh$µ 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